24 Novembre 2022 /

Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite

Obiettivo 13: Lotta contro il cambiamento climaticoObiettivo 16: Pace giustizia e istituzioni solideObiettivo 17: Partnership per gli obiettivi

Si è da poco chiusa COP 27, la Conferenza della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (per approfondire cos’è una COP vi rimandiamo qui): proviamo a raccontare cos’è successo a Sharm El-Sheikh e se sono stati fatti passi avanti nell’impegno contro la crisi climatica in atto.

Quello che si può dire con certezza è che, come d’abitudine in questi appuntamenti, le analisi dei media globali vanno da chi riporta grandi risultati a chi è estremamente deluso, da chi parla di decisioni epocali a chi sottolinea l’uso di un linguaggio ambiguo che nasconde poco impegno. Le voci variano moltissimo anche a seconda della loro provenienza: nord o sud del mondo, Paesi ricchi o Paesi poveri.

Noi ci rifacciamo a due fonti importanti che hanno partecipato alla Conferenza: Italian Climate Network , associazione che riunisce esperti italiani sul tema dei cambiamenti climatici, e Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, che è il focal point italiano per l’IPCC (l’agenzia delle Nazioni Unite per la scienza del clima).

Il percorso di avvicinamento a COP27 non è stato semplice. In un contesto globale non ancora uscito dalla pandemia, con la guerra in Ucraina, le crisi energetiche e alimentari in corso in molti Paesi, sicuramente una conferenza come quella sulla crisi climatica poteva essere vissuta come un “fastidio” e poteva non raggiungere obiettivi significativi. Come sono andate quindi le cose? Una delle aspettative principali era legata alla possibile discussione per la creazione di strumenti finanziari su Loss and Damage (Perdite e Danni) un fondo che possa compensare ciò che subiscono e subiranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo (in particolare quelli insulari e Africani) per via degli eventi climatici estremi.

 

Foto tratta dal sito UNFCCC: Credit: Kiara Worth

La foto riporta gli applausi nel momento in cui l’assemblea ha effettivamente dato vita a questo strumento, molto atteso da decenni soprattutto dai Paesi del G77 e dalla società civile. L’Unione Europea ha avuto un ruolo fondamentale per il raggiungimento di questo risultato, tramite la decisione di aggiornare e migliorare il proprio NDC (Nationally Determined Contributions), ovvero il proprio impegno per la mitigazione delle emissioni.

La creazione del fondo sarà realizzata tramite un Comitato che avrà il compito di creare una tassonomia di Perdite e Danni compensabili. Questo era il terzo pilastro previsto dall’Accordo di Parigi oltre a mitigazione e adattamento e finalmente vede la luce. Interessante sottolineare come tra le “sfide” conseguenti a Perdite e Danni cui rispondere collettivamente vengano inserite anche le migrazioni.

Se è vero che la creazione di questo Fondo (o almeno del Comitato che dovrà finalizzarlo) è una buona notizia, COP27 non ha raggiunto un altro importante obiettivo, ovvero quello di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno per la finanza climatica.

Nei documenti finali della COP si parla della necessità di “almeno 4.000 miliardi di dollari per rimanere in una traiettoria che porti a emissioni zero entro il 2050”. Viene auspicata una riforma del sistema finanziario globale e delle banche multilaterali di sviluppo, che risultano essere diventati decisamente inadeguati alla sfida in atto.

La COP si è poi chiusa con un appello ai Paesi ricchi perché contribuiscano al secondo ciclo di finanziamenti del Green Climate Fund, un meccanismo finanziario per assistere i paesi in via di sviluppo nelle pratiche di adattamento e mitigazione al cambiamento climatico, che nel 2021 ha potuto investire la cifra record di 10,8 miliardi di dollari, una somma però molto lontana dai bisogni reali.

Per quanto riguarda gli Impegni nazionali (NDC), fin da Glasgow 2021 i Paesi si erano impegnati ad adeguarli affinché potessero rispettare almeno una traiettoria di riduzione compatibile con lo scenario +1,5°C (il limite di crescita di temperatura auspicato dall’IPCC): solo 33 Paesi (su 200) hanno rispettato la promessa, rimandando di fatto al prossimo anno questo importante obiettivo.

Questo è forse l’aspetto più negativo di COP27, nessun passo in avanti rispetto allo scorso anno sul tema della mitigazione, ed è un risultato negativo soprattutto dal punto di vista politico nelle relazioni tra i Paesi più ricchi. Se la UE ha giocato un ruolo importante per il Loss and Damage, dall’altra parte gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo totalmente attendista, dovuto anche all’incertezza dei risultati delle elezioni di mid-term. La Cina poi è stata la grande assente, mentre i Paesi arabi e asiatici non hanno voluto agire contro la presidenza egiziana della COP (visti i tanti accordi politici e commerciali attivi) anche contando sul fatto che il prossimo anno COP28 sarà negli Emirati Arabi.

Per sintetizzare questi risultati e il documento finale di COP27 ovvero il Sharm el-Sheikh Implementation Plan si può utilizzare il tweet della professoressa Jen Allen dell’Università di Cardiff: “more action on loss and damage & adaptation than mitigation and finance. The effects > the cause”, vale a dire che nel documento finale della COP si trovano “più azioni su perdite, danni e adattamento che su mitigazione e finanza climatica. Gli effetti sono maggiori della causa”.

 

Chiudiamo con le parole di Frans Timmermans vicepresidente della Commissione Europea: “l’accordo ha fatto un passo indietro rispetto agli accordi precedenti, ma l’Europa lo ha accettato, seppur con riluttanza, perché sarebbe stato un errore enorme non finalizzare il fondo destinato al Loss and Damage per cui i Paesi in via di sviluppo hanno a lungo combattuto ottenendone finalmente l’approvazione”.

E in effetti il risultato migliore di questa COP può essere proprio il fatto che i Paesi vulnerabili se si muovono assieme possono portare quelli ricchi sulle proprie istanze (Europa in primis). Ci auguriamo ora che il fondo venga sviluppato così come è stato pensato.

Auguriamoci ora che nella prossima COP di Dubai si possa nuovamente tornare ad impegni ambiziosi di mitigazione in linea con l’obiettivo +1,5°C.

 

Foto tratta dalla pagina flickr dell’UNFCCC

 

 

  • Giacomo Magatti – Giacomo Magatti è Sustainability Specialist presso il Centro BASE (Bicocca Ambiente Società Economia) dell’Università di Milano-Bicocca e socio di Rete Clima

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